Social Media, essere always on. Quali sono i rischi del nostro millennio?

Questo articolo parla dei rischi connessi a un uso smodato del web e in particolare dei social media. I mezzi di comunicazione come i social non offrono solo opportunità e vantaggi all’individuo che li adopera per informarsi, divertirsi, studiare o semplicemente “staccare la spina” poiché possono celare dentro di sé rischi che connessi a un utilizzo errato potrebbero comprometterne la definizione stessa di “risorsa”.

Partendo dall’assunto che nel mondo virtuale non esiste la prossemica, di conseguenza, digitando davanti a uno schermo basta davvero poco per incappare in misunderstandings. Quindi, oltre a non esistere la prossemica in rete, non esiste neppure la mimica facciale che permette di dare intensità o meno al messaggio che si sta trasmettendo facendo comprendere all’altro le proprie intenzioni comunicative. Delle volte, non potendoci mettere la faccia allora ci mettiamo la faccina – o meglio – le emoji (o le gif, tanto in voga in questo momento!) che alcuni casi possono aiutare ad ammorbidire  ciò che diciamo o non diciamo.

Iperconnessione.

Ciò che caratterizza i nuovi social network, come sappiamo, è ciò che risiede nel loro carattere “mobile”, che conferisce alle persone una proprietà ubiqua. Nello specifico, con proprietà ubiqua si intende la capacità di poter accedere a fonti informative e di essere disponibili al contatto interpersonale in ogni momento e in ogni luogo.
Il termine inglese per descrivere quest’ultima condizione è always on, ovvero sempre connessi. Tale condizione tuttavia non ha risvolti soltanto positivi (come appunto l’accesso democratico a informazioni illimitate) se pensiamo che ogni giorno compiamo azioni su azioni lasciandone una in background per iniziarne un’altra. In condizioni come quella dell’always on la nostra mente viene impegnata contemporaneamente per compiere molteplici azioni. Qual è il rischio? Non portare a termine un’azione prima di iniziarne un’altra. Tipico esempio è quello di aprire più tabs contemporaneamente senza finire di leggere la precedente (chi non lo ha mai fatto?). O ancora, di parlare al telefono continuando una conversazione via chat, o ancora camminare per strada e isolarsi scrollando le news sul proprio smartphone. Uno tra i rischi maggiori dell’uso spropositato e prolungato, oltre all’incolumità in alcuni casi, è quello di escludersi dal contesto fisico e sociale in cui ci si trova in compresenza di altri per restare sempre online. Per dirla in altra maniera, secondo Linda Stone, ex dirigente Microsoft, viviamo in un’era di “attenzione parziale permanente”.

Il multitasking.

Fare più cose contemporaneamente, mina la nostra capacità di attenzione e concentrazione perché siamo esposti continuamente a bombardamenti di stimoli. Molti studi scientifici dimostrano che è raro concentrarsi su un solo compito per un tempo medio senza attrazione o ansietà di “controllo” dello smartphone o del computer che oramai sono un prolungamento del nostro corpo. Esiste a tal proposito una sindrome detta “FOMO”, fear of missing out, la “paura di perdersi qualcosa” (Turkle, 2011).

La conseguenza è che l’uso compulsivo dei social potrebbe cambiare le nostre priorità oltre che le nostre abitudini e sta accadendo, guardiamoci intorno. Tale distrazione rischia di degradare non solo la capacità di selezionare ciò su cui si lavora prestando attenzione, ma anche il livello di perfomance della stessa attenzione, il livello di efficienza rispetto a quello che facciamo e la qualità della nostra memoria diminuisce man mano. L’essere sempre connessi, pronti a reagire potrebbe compromettere le relazioni, escludendoci dal contesto sociale di appartenenza o nel quale siamo calati in un determinato momento (metti una sera al bar, quante volte prendiamo in mano lo smartphone per controllarlo anche in assenza di suoni o notifiche?)

 

L’iperconnettività dell’individuo può modificare la struttura stessa del pensiero. Una riflessione interessante, a tal proposito, è quella del giornalista ed economista britannico Will Hutton, che afferma come la velocità dei social network incoraggi nell’individuo reazioni istantanee e non meditate, spesso sotto forma di parole d’odio (hatespeech). Dall’analisi condotta dallo stesso studioso emerge inoltre che un individuo controlla mediamente il telefono circa 200 volte al giorno.

Echo-chambers.

Altro fenomeno insidioso è quello che dagli anglosassoni viene definito echo-chambers (camere dell’eco) o filter bubbles per indicare il cosiddetto effetto bolla, ovvero tutte quelle situazioni in cui non esiste la verità dei fatti perché l’utente è calato in un mare magnum digitale a lui congeniale. Per questo, a seguito della profilazione da parte degli algoritmi che selezionano per lui determinati contenuti e sui quali riceve solo notizie inerenti e perfettamente in-target. Qual è la conseguenza diretta? Gli utenti all’interno delle reti sociali (Facebook, Twitter, Instagram) tenderanno a sviluppare coesione con persone aventi opinioni simili riguardanti uno o più argomenti, tenendo fuori quelle discordanti o che possano mettere in crisi le informazioni che seppur veritiere potrebbero non confermare le loro opinioni. Il fenomeno delle echo-chambers con le fake news e il concetto di post-verità sono i tre nemici dell’epoca digitale. Il fenomeno dell’effetto bolla è stato analizzato in diversi studi che ne hanno evidenziato il rischio connesso: l’isolamento informativo. fear of missing out_fomoGli algoritmi di Facebook e quelli di Google ricordano e memorizzano le nostre scelte e preferenze online selezionando in tal modo le notizie da propinarci in base ai gusti di ciascuno. Il risultato è quello di vivere non in mondi connessi, ma disconnessi nel proprio mondo condiviso con chi la pensa allo stesso modo.

L’insieme di tali convinzioni portano al concetto di frame, ovvero quell’insieme di premesse necessarie che decifrano e danno significato a un flusso di eventi. Il frame

non ha solo una valenza conoscitiva, ma investe la dimensione relazionale: non definisce solo il significato, ma anche il tipo di coinvolgimento più adatto da esso richiesto e stabilisce i modi appropriati di parteciparvi (Wolf, 1992)

L’insieme dei frames e delle convinzioni, che si alimentano tra loro, forma il mondo in cui ciascuno vive. Ed è per questo che gli studiosi la identificano come comfort zone, una zona cognitiva che contiene la versione sicura e confortante della realtà perché al di fuori della propria camera dell’eco non c’è altro che possa confutare e mettere alla prova le credenze e i pregiudizi.

La domanda sorge spontanea, stiamo vivendo un’evoluzione del mondo social(e) o una progressione? 

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